Il «Protocollo Farfalla» La vera colpa del generale Mori? Non dare informazioni alle Procure

da Libero del 28.9.2014 pag. 8 di DAVIDE GIACALONE ••• Occhio al «Protocollo Farfalla», perché assisterete a un prodigio naturale: da insetto volatile a bruco, per poi passare non a uovo, ma a verme. Dicesi «Protocollo Farfalla» l`ultima prodigiosa scoperta della procura (Palermo) che accusa Mario Mori. Fin qui assolto, sicché da considerarsi carabiniere onesto e servitore dello Stato. Che poi, a essere precisi, non è affatto uno scoperta degli inquirenti ma un documento depositato presso la procura di Roma dal capo del Sisde, il servizio segreto civile, successore dello stesso Mori. Prima che vi annoiate, per l`ennesima storia di Stato e mafia in cui non si capisce nulla, anche perché c`è poco da capire, vi dico come va a finire: pagheremo noi il conto. E vi racconto perché. Cosa faceva, quel diavolo di un Mori, generale che di mestiere fa l`imputato? Pensate un po`: aveva firmato un protocollo con la direzione delle carceri, in modo da gestire le confidenze di alcuni delinquenti. Osservate la raffinatezza del disegno criminale: lo mettono per iscritto in un protocollo, che poi archiviano e conservano. La gestione consisteva nel fatto che alcuni dei detenuti a regime di 41 bis, quindi galeotti di peso, si mostravano disponibili a passare delle informazioni, in cambio di quattrini che sarebbero stati consegnati ai loro familiari. Tenetelo a mente, perché ora pagheremo ben di più. Lo Stato, quindi, paga familiari di assassini per avere dai loro blasonati congiunti delle informazioni. Non vi pare scandaloso? A me no, manco per niente. Mi pare pure banale. Ma, obiettano gli inquirenti, nero su bianco: non potevano farlo, perché la legge riserva la gestione dei pentiti alla magistratura e le informazioni raccolte non venivano consegnate alle procure, ma tenute a disposizione di altri apparati dello Stato, i quali, proprio per l`agire segretamente, perseguivano «finalità occulte», sicché Mori «ha sistematicamente disatteso i doveri istituzionali di lealtà istituzionale» (il virgolettato lo sto copiando dal bravissimo Giovanni Bianconi, cui si deve lo scoop, che scrive per il Corriere della Sera, e lui deve averlo copiato da qualche altra parte, cosa di cui sono sicuro perché lui non è un analfabeta, quindi non avrebbe, di suo, scritto «doveri istituzionali di lealtà istituzionale»). Questa l`accusa. In effetti, a ben vedere, hanno ragione. Difatti i pentiti gestiti dalla magistratura non si limitano a procurare soldi ai parenti: sono pagati direttamente, vengono scarcerati, aiutati a vivere in sicurezza e, se proprio non si trattengono, possono anche tornare ad ammazzare e delinquere. Che se lo scrivi ti querelano (cosa realmente accaduta), come se non fosse provatamente vero. Il patto offerto da Mori, quindi, era un surrogato in sedicesimo. La colpa vera, però, è quella di non avere passato le informazioni alle procure, uniche legittimate all`amministrazione della morale e della sicurezza collettive. Il capo d`accusa è il riassunto del sovvertimento istituzionale non più in corso, ma da tempo compiuto: l`unica legittimità è quella togata, tutti gli altri possono essere in ogni momento imputati. Il che, appunto, concreta la distruzione dei binari costituzionali. Ma è un dettaglio, me ne rendo conto. Comunque, veniamo al conto. Nella foga investigativa sono stati resi noti i nomi dei mafiosi scemi, quelli che anziché parlare al magistrato e uscire di galera parlavano a Mori e ci restavano. Ora sappiamo che i loro familiari hanno avuto soldi. Quindi, ora, dobbiamo proteggere quelle persone, perché i mafiosi non cretini adesso sanno che quegli esimi colleghi parlavano, tutelati dal restare al 41 bis, salvo essere stati svelati dalla giustizia non bendata. Diciamo che qualche moglie, fratello o cugino ammazzati possono anche starci. Riquindi, ora paghiamo il costo di quelle protezioni. In cambio di che? Di un bei nulla. Salvo che dell`avere potuto scrivere dell`ennesimo atto insurrezionale dei servizi, naturalmente deviati: avere fatto quel che ciascuno di noi ritiene il minimo del loro dovere, possibilmente in segreto.

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