Ecco la foto di Matteo Messina Denaro

messinadenaro2014

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Messina Denaro è figlio di Francesco Messina Denaro, capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento. Negli anni successivi il collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio dichiarerà che si trattava di «un giovane rampante, anche se non è già capo e suo padre gli ha dato un’ampia delega di rappresentanza del mandamento»[3].

Insieme al padre, Messina Denaro svolgeva l’occupazione di fattore presso le tenute agricole della famiglia D’Alì Staiti, già proprietari dellaBanca Sicula di Trapani (il più importante istituto bancario privato siciliano) e delle saline di Trapani e Marsala[3].

Nel 1989 Messina Denaro venne denunciato per associazione mafiosa[4] mentre nel 1991 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina che si era lamentato con la sua impiegata austriaca (che era anche l’amante di Messina Denaro) di «quei mafiosetti sempre tra i piedi»[5].

Nel febbraio 1992 Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, che venne inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti del presentatore televisivo Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli, facendo uso di kalashnikov, fucili e revolver procurati da Messina Denaro stesso[3]; qualche tempo dopo però il boss Salvatore Riina fece tornare il gruppo di fuoco perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente[6][7]. Nel luglio 1992 Messina Denaro fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo), che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all’autorità di Riina; pochi giorni dopo, Messina Denaro strangolò barbaramente anche la compagna di Milazzo, Antonella Bonomo, che era incinta di tre mesi: i due cadaveri furono poi seppelliti nelle campagne di Castellammare del Golfo[8][9]. In seguito, Messina Denaro fece anche parte del gruppo di fuoco che compì il fallito attentato al vicequestore Calogero Germanà a Mazara del Vallo (14 settembre 1992)[10][11].

Dopo l’arresto di Riina, Messina Denaro fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi insieme ai boss Leoluca BagarellaGiovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano[12][13]: gli attentati dinamitardi a FirenzeMilano e Roma provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, compresi danni al patrimonio artistico[14].

Nell’estate 1993, mentre avvenivano gli attentati dinamitardi, Messina Denaro andò in vacanza a Forte dei Marmi insieme ai fratelli Filippo eGiuseppe Graviano e da allora si rese irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza: infatti nei suoi confronti venne emesso un mandato di cattura per associazione mafiosaomicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto ed altri reati minori[3][15].

Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci; infine, dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido nitrico[16]. Nel 1994 Messina Denaro organizzò un attentato dinamitardo contro il pentitoTotuccio Contorno insieme a Giovanni Brusca[17]; tuttavia l’esplosivo, collocato in una cunetta ai lati di una strada nei pressi di Formellodove Contorno passava abitualmente, venne scoperto dai Carabinieri, avvertiti dalla telefonata di un cittadino insospettito da alcuni movimenti strani[18].

Nel 1998, dopo la morte del padre Francesco (stroncato da un infarto durante la latitanza), Messina Denaro è diventato capomandamento diCastelvetrano ed anche rappresentante mafioso della provincia di Trapani[19].

Indagini sulla latitanza[modifica | modifica sorgente]

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori ha dichiarato che nel 1994 Messina Denaro si recò nella clinica oculistica Barraquer diBarcellona, in Spagna, per curare una forte miopia che lo aveva condotto ad una forma di strabismo[15].

Nel 2004 il SISDE tentò di individuare Messina Denaro attraverso Antonino Vaccarino (ex sindaco di Castelvetrano già inquisito per associazione mafiosa), sfruttando le numerose conoscenze che Vaccarino aveva negli ambienti vicini a Cosa Nostra; infatti l’ex sindaco, per conto del SISDE, riuscì a stabilire un contatto con Messina Denaro proponendogli numerosi investimenti negli appalti pubblici per attirarlo in trappola: le comunicazioni con il latitante avvenivano attraverso pizzini in cui Messina Denaro usava lo pseudonimo di “Alessio” mentre Vaccarino quello di “Svetonio”; l’ex sindaco riuscì anche a prendere contatti con il boss Bernardo Provenzano attraverso il nipote Carmelo Gariffo[20]. L’11 aprile2006, nel casolare di Corleone dove venne arrestato Provenzano, gli inquirenti trovarono numerosi pizzini mandati da “Alessio”, nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani[3]. In seguito all’arresto di Provenzano, Messina Denaro interruppe la corrispondenza con Vaccarino, inviandogli un ultimo pizzino in cui gli raccomandava “di condurre una vita trasparente in modo da non essere coinvolto nelle indagini”[20].

Nel giugno 2009 gli agenti del Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo condussero l’indagine denominata “Golem”, che portò all’arresto di tredici persone tra mafiosi ed imprenditori trapanesi, accusati di favorire la latitanza di Messina Denaro fornendogli documenti falsi ma anche di gestire estorsioni e traffico di stupefacentiper conto del latitante[21]. Successivamente, nel marzo 2010 la DDA di Palermo coordinò l’indagine “Golem 2”, condotta sempre dagli agenti dal Servizio Centrale Operativo e delle squadre mobili di Trapani e Palermo, che portò all’arresto di altre diciannove persone a Castelvetrano, accusate di aver compiuto estorsioni ed incendi dolosi per conto di Messina Denaro ai danni di imprenditori e politici locali; tra gli arrestati figurarono anche il fratello del latitante, Salvatore Messina Denaro, e i suoi cugini Giovanni e Matteo Filardo[22][23].

Il 27 luglio 2010 il collaboratore di giustizia Manuel Pasta dichiarò che Messina Denaro, nonostante le estenuanti ricerche e gli arresti attorno a lui, avrebbe visto con alcuni mafiosi palermitani la partita di calcio Palermo-Sampdoria, giocata in casa allo stadio Renzo Barbera il 9 maggio 2010. La partecipazione all’incontro sportivo sarebbe stata solo una parte di un incontro tra il latitante e altri capi della provincia per discutere sull’organizzazione di nuovi attentati dinamitardi contro il palazzo di giustizia e la squadra mobile di Palermo, in risposta ai numerosi arresti contro esponenti mafiosi[24][25].

Inoltre nel 2010 Messina Denaro è stato inserito dalla rivista Forbes nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo[2].

Legami con la politica e l’imprenditoria[modifica | modifica sorgente]

Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori e l’ex senatore Vincenzo Garraffa [26], nel 1994 Messina Denaro si attivò per fare votare Antonio D’Alì (rampollo della famigliaD’Alì Staiti per la quale il padre aveva lavorato), candidato nelle liste del Polo della Libertà, per l’allora nuovo movimento politico “Forza Italia“: infatti alle elezioni politiche del marzo quell’anno D’Alì risultò eletto al Senato con 52.000 voti nel collegio senatoriale di Trapani-Marsala, e venendo rieletto per altre tre legislature[3], mentre nel territorio del mandamento di Messina Denaro (collegio Mazara-Castelvetrano) fu eletto Ludovico Corrao. D’Alì nel 2001 venne nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno nei Governi Berlusconi II eIII fino al 2006[27].

Sinacori dichiarò inoltre che «era risaputo che i D’Alì con i Messina Denaro erano in buoni rapporti, se qualcuno aveva bisogno, poteva andare a chiedere ai Messina Denaro di intercedere»[28]; tuttavia la famiglia D’Alì Staiti si difese dichiarando che licenziarono Messina Denaro dopo aver saputo che si era reso latitante[3]. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Geraci (ex gioielliere e mafioso di Castelvetrano), dichiarò che nel 1992 Antonio D’Alì cedette alcuni suoi terreni nei pressi di Castelvetrano a Messina Denaro, il quale li regalò al boss Salvatore Riina; il prestanome della transazione fu Geraci stesso. Inoltre nel 1998 i documenti acquisiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia fecero emergere che nel 1991 Messina Denaro (all’epoca ufficialmente agricoltore) aveva percepito un’indennità di disoccupazione di quattro milioni di lire attraverso Pietro D’Alì, fratello di Antonio[3].

Nell’ottobre 2011 la procura di Palermo chiese il rinvio a giudizio nei confronti del senatore D’Alì per concorso esterno in associazione mafiosa a causa dei suoi rapporti con Messina Denaro e altri mafiosi della provincia di Trapani, sempre smentiti pubblicamente dal senatore[29]; il 30 settembre 2013 D’Alì venne assolto soltanto per i fatti successivi al 1994mentre i giudici dichiararono la prescrizione per quelli precedenti, nonostante l’accusa avesse chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi di carcere[30].

Nel 2007 venne arrestato l’imprenditore Giuseppe Grigoli, proprietario dei supermercati Despar nella Sicilia occidentale, il quale era accusato di essere favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro, che investiva denaro sporco nei suoi supermercati[31]; nel 2011 Grigoli venne condannato a dodici anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco mentre nel settembre 2013 il tribunale di Trapani dispose la confisca di società, terreni e beni immobiliari di proprietà di Grigoli dal valore di 700 milioni di euro[32][33].

Nel 2010 la Direzione Investigativa Antimafia di Palermo mise sotto sequestro numerose società e beni immobili dal valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, le quali appartenevano all’imprenditore alcamese Vito Nicastri, ritenuto vicino a Messina Denaro: tra il 2002 e il 2006 Nicastri aveva ottenuto il più alto numero di concessioni in Sicilia per costruire parchi eolici e secondo gli inquirenti il suo patrimonio sarebbe frutto del reinvestimento di denaro sporco[34][35].

Il 12 marzo 2012 la Direzione Investigativa Antimafia di Trapani chiese il sequestro del patrimonio dell’imprenditore Carmelo Patti, proprietario della Valtur, considerato anch’egli favoreggiatore e prestanome di Messina Denaro[36]. Nel dicembre 2012 un’indagine coordinata dalla DDA di Palermo e condotta dai Carabinieri portò all’arresto di sei persone, tra cui l’imprenditore Salvatore Angelo, il quale era accusato di investire il denaro sporco di Messina Denaro nella costruzione di parchi eolici fra PalermoTrapaniAgrigento e Catania, destinando una percentuale degli affari al latitante; inoltre nelle telefonate intercettate dai Carabinieri, Salvatore Angelo si vantava di essere amico di Messina Denaro[37]. Il 28 novembre 2013 il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè riferì che l’archivio di Totò Riina, che fu trafugato dal covo del boss nel 1993 dopo il suo arresto, è in parte nelle mani di Matteo Messina Denaro, vero e proprio pupillo del boss corleonese[38]. Il 6 dicembre 2013 la DIA sequestra all’imprenditore palermitano Mario Niceta 71enne, presunto prestanome del boss Messina Denaro, 50 milioni di euro in immobili e quote di società operanti nel settore della vendita di abbigliamento e preziosi. Ad incastrarlo, i pizzini ritrovati nel covo di Bernando Provenzano. Pizzini in cui Messina Denaro faceva riferimento ad un certo “Massimo N.”. Il 13 dicembre 2013 vengono arrestati 30 fiancheggiatori di Messina Denaro nell’ambito dell’operazione “Eden” nella provincia di Trapani. Negli arrestati figurano anche la sorella del boss Patrizia Messina Denaro e il nipote prediletto ventinovenne Francesco Guttadauro. Secondo il procuratore aggiunto Teresa Principato, dopo questa operazione il cerchio attorno al capo della mafia si è ristretto e dunque ora dopo l’arresto dell’intera famiglia, il boss è solo.

Vita privata[modifica | modifica sorgente]

Secondo gli inquirenti, tra il 1994 e il 1996 Messina Denaro trascorse la sua latitanza tra Aspra e Bagheria, ospitato dalla sua compagna Maria Mesi, con cui andò in vacanza inGrecia sotto il falso nome di “Matteo Cracolici”[3]. Paola e Francesco Mesi, sorella e fratello di Maria, erano stati assunti nella clinica di Bagheria dell’ingegnere Michele Aiello(ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano): in particolare Paola Mesi era segretaria personale di Aiello ed amministratrice unica della Selda s.r.l., società riferibile ad Aiello stesso[39]; inoltre Messina Denaro era cognato di Filippo Guttadauro (fratello del medico Giuseppecapomandamento di Brancaccio-Ciaculli), che ne aveva sposato la sorella Rosalia. Nel 2000 la polizia arrestò Maria Mesi e trovò alcune lettere d’amore che aveva scambiato con il latitante: per queste ragioni l’anno successivo venne condannata a tre anni di carcere per favoreggiamento insieme al fratello Francesco[40]. Inoltre nel luglio 2006 gli inquirenti trovarono altre lettere d’amore di Maria Mesi a casa di Filippo Guttadauro, che aveva incarico di consegnarle al cognato Messina Denaro[41].

Nel 1995 Messina Denaro aveva già avuto una figlia da una precedente relazione con la castelvetranese Francesca Alagna, che dopo il parto andò a vivere insieme alla madre del latitante[3]. In una lettera destinata ad un amico sequestrata dagli inquirenti, Messina Denaro rivelò di non aver mai conosciuto questa figlia[1]. Nel 2013 il settimanale L’Espressopubblicò un servizio nel quale rivelava che la figlia del latitante aveva lasciato la casa della nonna paterna insieme alla madre perché voleva vivere lontana da quella famiglia[42].

 

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